Prima di capirne il motivo dobbiamo necessariamente definire l’oggetto di questo scritto: l’abitudine.
L’abitudine è, per definizione, “la tendenza a ripetere una determinata azione, a rinnovare una determinata esperienza; si acquisisce per lo più con la ripetizione frequente dell’azione o dell’esperienza stessa”, un abito all’interno del quale ci troviamo totalmente a nostro agio perché al suo interno ci sappiamo muovere con sicurezza anche se non è detto che sia quello più adatto a noi.
L’abitudine quindi non è altro che un comportamento (fisico, emozionale, mentale) che ci fa sentire sicuri perchè lo conosciamo bene, risponde al nostro bisogno fondamentale di sicurezza, tutto ciò che non è abituale per noi sta all’esterno di questa fascia protetta.
Ricordiamo che l’indole umana tende ad evitare tutto ciò che crea insicurezza ed a ricercare tutto ciò che crea il suo contrario, sicurezza, certezza, accoglienza. Ecco perché tutto ciò che è abitudine, anche se non prettamente funzionale, ecologica, salutare ce la teniamo stretta perché ci dà un ritorno emotivo più importante per noi, ci fa sentire sicuri.
Quando infatti queste abitudini non sono “buone” sarebbe abbastanza scontato cambiarle, ma perché con alcune risulta così difficile?
Perché alcune persone riescono a cambiarle ed altre invece fanno così tanta fatica?
Perché bisogna capire fino a che punto questa abitudine ha preso piede, fino a quale livello l’abbiamo fatta salire.
Quando parlo di livelli mi riferisco al grado di radicamento raggiunto dall’abitudine, livello che può contemplare un semplice livello comportamentale fino a giungere ad un livello di identificazione.
E’ chiaro che tanto più sarà alto il livello di radicamento tanto più sarà complicato attuare il cambio di abitudine.
Se l’abitudine è rimasta su un piano prettamente comportamentale il cambio, con l’aiuto di qualche tecnica e di buona volontà, può essere abbastanza lineare.
Se l’abitudine è prettamente legata ad un ritorno emotivo il cambio diventa un pò più impegnativo perché dobbiamo andare a trovare dei sostituti più sani che ci soddisfino parimenti sul piano emotivo, anche questo fattibile con tecnica, volontà ed un lavoro di sgancio emozionale.
Se l’abitudine è radicata ad un livello di schema mentale solo tecnica, buona volontà e mezzo emotivo non basteranno per attuare il cambiamento, qui servirà anche una guida per decifrare il meccanismo del processo mentale personale per sbloccarne l’ingranaggio.
Se invece l’abitudine l’abbiamo fatta entrare e radicare a livello della nostra identità, ecco che la questione si complica ancora di più perché qui entra in gioco il nostro “identificarci” con quella cosa e quando ci identifichiamo il guardiano della difesa della propria identità prende potere, cioè entriamo nel meccanismo di dover confermare a tutti i costi la nostra identità, costi quel che costi.
Se mi identifico con la mia insicurezza cercherò, inconsciamente, ogni riferimento esterno o interno che me la confermi;
se mi identifico con l’essere la vittima della situazione cercherò costantemente di confermarlo mettendo in evidenza tutto ciò che attesta questo stato;
se mi identifico con la mia relazione disfunzionale ogni cosa che mi permetterebbe di uscirne la vedrò come insormontabile proprio perché così avrò la “scusa” che, essendo troppo difficile, non mi resta altro che rimanerci dentro;
se mi identifico con il mio lavoro insoddisfacente farò lo stesso perché dovrò confermare la mia identità di lavoratore insoddisfatto ed ogni soluzione mi allontanerebbe da questo (inconsciamente troppo dolore, troppa insicurezza, “chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”);
se mi identifico con il “dipendente” (da fumo, droghe, alcool, ecc.) della situazione farò altrettanto e così via a seguire.
Quando siamo bloccati in un’abitudine e nonostante gli sforzi non se ne viene fuori, molto probabilmente quell’abitudine è entrata, purtroppo, in questo vortice.
La buona notizia è che stiamo parlando comunque di un’abitudine che, per quanto radicata possa essere, è pur sempre un’abitudine e come tale modificabile, ma in questo caso non basta una tecnica, la volontà ed uno sgancio emozionale per risolvere perché qui il lavoro da fare si sposta ad un livello più profondo, su un piano che contempla l’entrare “dentro” di sé, “capire” tutti gli ingranaggi (non solo mentali) per aumentare la consapevolezza e solo poi utilizzare gli strumenti appositi per sostituire.
Qui la volontà può ben poco perché il piano di lavoro deve allearsi comportamenti, mente ed emozioni e portarsi sull’osservazione interna, sullo smontaggio di un mosaico ben incastrato ed il suo rimontaggio fatto di incastri nuovi.
Tutto si può fare, ma nei casi più complicati non ci si può appellare alla volontà, anzi rimarcare il “volere e potere”, in circostanze come queste, aumenta ancora di più la frustrazione perché ci si sente ancora più impotenti.
Quando si tocca il livello dell’identità la volontà non ha quasi più potere, lo scettro passa alla “coscienza” (il nous), quella parte che ha dentro ognuno di noi e che va semplicemente riposizionata per poterne riascoltare la voce.
Solo con questo accesso si può agire nella direzione di un cambiamento profondo, il resto dà solo soluzioni momentanee con date di scadenza.